La Spada del Destino
Una visione incisa nel destino
Tra le pagine più iconiche della raccolta La Spada del Destino di Andrzej Sapkowski, spicca una scena visionaria in cui Geralt di Rivia si ritrova immerso in un sogno carico di simbolismo. Figure femminili centrali nella sua esistenza come la regina Calanthe, la driade Eithné e altre voci familiari, gli parlano in un’allucinazione che prende corpo attorno a un calice elfico, offertogli a Craag An. Su di esso è incisa una frase enigmatica quanto potente: “La spada del destino ha due lame. Una sei tu.” Questo monito simbolico dà vita a un dialogo che si insinua nella mente di Geralt, mettendo in discussione le sue certezze:
«La spada del destino ha due lame. Una sei tu. Ma qual’è l’altra, Lupo Bianco?»
«Non c’è destino.» Risponde lui. «Nessuno. Non esiste. Solo la morte ci è predestinata.»
«Esatto», risponde la donna dai capelli cenere ed il sorriso misterioso, «Esatto Geralt»
Il rifiuto di Geralt non è soltanto filosofico, ma esistenziale. Rigetta l’idea di un disegno superiore che governi le vite, affidandosi invece al libero arbitrio, alla responsabilità dell’agire. Eppure, proprio nel momento in cui nega il destino, viene raggiunto e sfidato da esso. Le voci lo mettono di fronte al suo paradosso: non è lui a essere colpito dalla morte, ma chi lo circonda. Come se fosse lui stesso, veicolo di una forza distruttiva.
Ciri, l’altra lama
Questo dialogo trova il suo apice nella relazione tra Geralt e Ciri. Uniti dalla Legge della Sorpresa, i due sono connessi da un vincolo ancestrale che li lega ben prima della loro volontà. E quando Ciri implora Geralt di non lasciarla, urlandogli “Tu sei il mio destino!”, non si tratta di una frase retorica. È il grido disperato di chi riconosce in un altro il fulcro del proprio cammino. Geralt non si allontana per indifferenza, ma per timore: se davvero lui è una lama del destino, l’altra potrebbe essere la morte. Lo dice la visione, lo suggerisce l’esperienza. La morte, incapace di afferrarlo, colpisce chi gli è vicino.
Ma la frase incisa sul calice può anche contenere un altro messaggio, più umano e meno oscuro. Quel calice era stato mostrato prima a Ciri. E se fosse lei l’altra lama? Se i due non fossero condannati a un fato tragico, ma parte di una stessa arma, da maneggiare insieme? In quest’ottica, non è il destino a dominare i protagonisti, ma sono loro a dargli forma.
Intesa in questo modo, la spada del destino diventa simbolo di influenza e reciprocità, dove la loro relazione, fatta di affetto, conflitto e sacrificio, definisce ciò che accade. Geralt è guida, padre, modello. Ciri è il futuro, ma anche lo specchio che riflette i valori del witcher. Le sue scelte influenzano profondamente lo sviluppo di Ciri, ne modellano la fiducia, il coraggio, la determinazione. CD Projekt RED ha saputo tradurre questa idea con coerenza: il finale di The Witcher 3: Wild Hunt non dipende da scelte moralmente giuste o sbagliate, ma da quanto Ciri si sentirà compresa, incoraggiata, ascoltata.
Determinismo e casualità
Questa riflessione richiama un’antica tensione filosofica: quella tra determinismo e indeterminismo. Il primo, erede della fisica classica e del pensiero razionalista, sostiene che ogni evento sia frutto di una catena ininterrotta di cause ed effetti. Nulla accade senza un motivo, e il futuro è già scritto nelle condizioni presenti, evidenziando così il dominio della necessità causale in senso assoluto e negando quindi l’esistenza del caso. L’indeterminismo, al contrario, riconosce l’esistenza dell’imprevedibile, dell’irrazionale, della contingenza, negando l’assolutezza della necessità.
L’uomo oscilla tra questi due poli: cerca senso, ma vive nel caos. A chi non è mai capitato di leggere significati nascosti in un incontro fortuito, in un incidente evitato per un soffio, in una coincidenza troppo perfetta per essere ignorata? È in questi momenti che nasce l’idea del destino: non come regola universale, ma come tentativo umano di dare coerenza al disordine.
La soglia del significato secondo Simmel
Su questa ambivalenza si sofferma Georg Simmel, nella sua ultima opera del 1918 L’intuizione della vita. Quattro capitoli metafisici. Simmel, in un contesto in cui si interroga sulla vita, la morte e l’esperienza dell’essere, ritiene necessario distinguere il destino dalla semplice casualità.
Secondo Simmel, esistono due elementi fondamentali: da un lato il soggetto, un’entità autonoma e dotata di significato intrinseco; dall’altro, gli eventi, accadimenti esterni privi di senso proprio, apparentemente casuali. Tuttavia, quando questi eventi interagiscono con il soggetto, quando “urtano” la sua traiettoria esistenziale, possono acquistare un significato, dando origine a ciò che chiamiamo destino. Questo significato non ha bisogno di essere razionale né riconducibile a un disegno intelligibile.
In termini più concreti, Simmel osserva come l’uomo tenda a interpretare eventi fortuiti in chiave soggettiva, riconducendoli alla propria storia personale. Si pensi, ad esempio, alla decisione di cambiare percorso in bicicletta, per poi scoprire che proprio sulla strada abituale, quel giorno, è crollata una palazzina. Un evento oggettivamente indipendente viene così caricato di senso, integrato nel flusso individuale della vita.
Tuttavia, sottolinea Simmel, non tutto ciò che accade può essere definito destino. Esiste una soglia qualitativa: perché un evento da casuale si trasformi in destino, deve possedere un certo “peso” di significato. È la nostra interiorità, il flusso soggettivo della vita, a compiere questa selezione, accogliendo solo alcuni accadimenti come parte del proprio ritmo vitale e riconoscendoli come segni del destino. Il destino, dunque, non è qualcosa di oggettivo o universale, ma una costruzione simbolica propria dell’essere umano. Una facoltà che, afferma Simmel, non appartiene né agli animali né alle divinità.
Forza duale, scelta reciproca
Alla luce di tutto questo, la frase “La spada del destino ha due lame” si trasforma in un assioma sull’essere umano. Ogni nostra azione è lama che può ferire o proteggere. E quando questa azione tocca un altro essere umano, figlio, compagno, amico, diventa parte del suo percorso, del suo senso. Geralt e Ciri sono così: non predestinati, ma profondamente influenzati l’uno dall’altra. Il loro destino si costruisce attraverso scelte difficili, ambigue, eppure necessarie. Non si tratta di un fato scritto, ma di una trama vissuta.
La spada, allora, non è un simbolo di fatalità, ma di influenza: ciò che siamo ricade inevitabilmente su chi amiamo. È un’eredità morale, una linea invisibile che unisce le nostre azioni alle vite degli altri. Il destino non è inscritto nelle stelle, è inciso nelle relazioni, scolpito dai legami, forgiato nelle decisioni che prendiamo per chi amiamo. La spada del destino non colpisce da sola, si brandisce insieme.